IL DUBBIO

Napoli, 20 febbraio 2008


Grazie al fotografo e giornalista Giuseppe Del Rossi,
che si è prestato come inviato del sito.

Come sempre grazie a Saverio Ferragina, che ne ha permesso la realizzazione.


“Il Dubbio” e i nostri dubbi

In scena al Teatro Diana di Napoli fino al 2/3/’08, “il Dubbio”, per la regia di Sergio Castellitto, è stato accolto con calore dal foltissimo pubblico della prima serata, suscitando un grande interesse, sia per l’argomento trattato che per la presenza dell’affascinante e giovane Prete, interpretato da Stefano Accorsi, più volte applaudito con entusiasmo. Molti gli stimoli e le sensazioni che gli attori hanno donato al pubblico napoletano, tanto che, alla fine del primo atto, molti hanno sentito l’esigenza di scambiarsi impressioni ed opinioni a caldo, in un clima di grande cordialità e compiacimento.

“Il Dubbio” è uno spettacolo efficace, sobrio ed elegante, ambientato nel 1964 in un Istituto cattolico del Bronx.
La vicenda, tratta dal romanzo di John Patrick Shanley, si svolge un anno dopo l’uccisione del Presidente degli Stati Uniti J.F. Kennedy in un’america disorientata, che stenta a ritrovare lo slancio verso gli ideali di progresso e di rinnovamento.
Padre Flynn, prete giovane e brillante, è l’incarnazione dello spirito libero, anticonformista, che oppone l’amore e la gioia, alla rigidità ossessiva delle regole imposte dalla direttrice dell’Istituto.
In un crescendo sempre più aspro, il confronto/scontro tra Lucilla Morlacchi, Suor Aloysia, la direttrice e Stefano Accorsi il giovane Padre Flynn, è un susseguirsi di chiaro-scuri, un’alternanza di luce ed ombra, da cui emergono alternativamente i due personaggi, con sguardi ed espressioni contrastanti, in un improbabile processo di mimesi.
All’interno di una scenografia essenziale, con un croce di luce sullo sfondo, personaggi tanto simili ai nostri prossimi, della consueta ed impenetrabile quotidianità, danno vita ad un dialogo ricco di eleganti stoccate, che lasciano ben presto il posto agli implacabili colpi di sciabola.
L’attenta ed equilibrata regia di Castellitto, favorisce l’innesto tra, gli intervalli temporali, nei quali si svolge l’azione drammaturgica e le cronache della vita reale dei crimini legati alla pedofilia, non con riferimenti a fatti realmente accaduti, ma ad un livello di maggiore profondità, attraverso elementi percettivi della quotidianità, esterni all’azione scenica e relazionati in un sistema interpretativo complesso.
Per cui, ogni sguardo, ogni espressione assunta dai personaggi in scena, passa attraverso il filtro delle nostre conoscenze/incertezze e il dubbio si fa strada oltre ogni limite, non per lode brechtiana, ma per le voci interiori di un coro eterogeneo e silenzioso, che percepisce la presenza-assente del bambino, il destinatario delle attenzioni di affetto di Padre Flynn, o, al contrario, la facile preda, in quanto povero e nero, del prete pedofilo.
Da questa prospettiva, si supera la dicotomia tra la suora severa ed il prete innovatore, attraverso una sorta di eterogenesi dei fini , per cui questi personaggi, più che dalle semplici apparenze, sembrano caratterizzarsi per le azioni del loro lato oscuro, che possono riuscire a fini diversi da quelli che sono da loro perseguiti.
Così come, gli atteggiamenti della giovane suora e maestra felice, che al primo sospetto sceglie di rinchiudersi nella sua ingenuità o quelli della madre del bambino che non vuole sapere, pur di garantire al figlio quella comprensione/affetto di cui lui ha tanto bisogno “almeno fino a giugno”, assumono una dimensione incredibilmente reale, restituendoci uno spaccato di inquietante quotidianità.
Gli indizi contro Padre Flynn, sono pochi ed in parte offuscati dalla bella interpretazione di Accorsi e ci fa piacere ritenere che sia lui la vittima delle resistenze tradizionaliste di Suor Aloysia.
Anche se, le troppe quotidiane presenze-assenti , ci inducono a dubitare sia dei modi gentili, sia degli abiti che i pedofili indossano: nei disegni dei bambini vittime di abusi, questi orchi sono tutti rappresentati con dei grandi artigli.
Da questa disumana dimensione, le osservazioni minuziose al limite della maniacalità di Suor Aloysia, nell’eccellente interpretazione della Morlacchi, sembrano mostrarci il rovescio della medaglia e, paradossalmente, unitamente alla severità ed alla fermezza, diventano gli unici atteggiamenti che si contrappongono al peggiore di tutti i crimini, tanto incomprensibile quanto riluttante, da far precipitare, alla fine, nel dubbio più profondo anche la “truce “ ed irremovibile Suor Aloysia.